Quando il corpo non risponde
- Patrizia Coffaro

- 25 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min

(Di Patrizia Coffaro)
Se sei qui a leggere, molto probabilmente sei una persona che ha già fatto tanto. Non sei quella che non ci prova, non sei quella che aspetta la pillola magica. Hai cambiato alimentazione, hai tolto cibi, hai aggiunto integratori, hai fatto esami, terapie, percorsi. Hai lavorato sull’intestino, sull’infiammazione, magari sugli ormoni, sul sistema immunitario, sullo stress. Eppure il risultato è sempre lo stesso, piccoli miglioramenti, poi uno stallo. O peggio, un ritorno al punto di partenza. E prima o poi arriva quella domanda, che non sempre osi dire ad alta voce:
“Cosa mi sta sfuggendo?”
Non è una domanda stupida. È una domanda onesta. E soprattutto è la domanda giusta. Perché quando il corpo non risponde più, il problema quasi mai è che stai facendo troppo poco. Spesso è che stai lavorando nel punto sbagliato. La maggior parte delle persone che convivono con disturbi cronici non ha un problema semplice. Non è solo intestino, non è solo infiammazione, non è solo stress.
È qualcosa di più profondo, più sottile, e per questo più difficile da intercettare. È come se il corpo fosse rimasto bloccato in una modalità di allerta, come se non riuscisse più a spegnere l’interruttore dell’emergenza, anche quando razionalmente tutto sembra sotto controllo. Molte persone lo descrivono così: “Non sono mai davvero rilassata”, “Dormo ma non recupero”, “Reagisco a tutto”, “È come se il mio corpo non si fidasse più”. E hanno ragione. Perché quando il sistema nervoso autonomo resta disregolato, il corpo non riesce a entrare nello stato in cui la guarigione diventa possibile.
Puoi mangiare perfettamente, integrare in modo impeccabile, fare le terapie giuste… ma se il sistema resta in allarme, tutto viene percepito come uno stimolo in più, non come un aiuto. Qui c’è uno dei grandi equivoci della medicina moderna: si continua a cercare cosa aggiungere, quando il vero problema è spesso cosa non si è mai spento. Il corpo ricorda, ricorda interventi chirurgici, infezioni, infiammazioni, periodi di stress prolungato, traumi fisici ed emotivi.
Ricorda anche quando tu sei andata avanti, quando hai retto, quando hai fatto finta che andasse tutto bene. Ma quella memoria non è psicologica, è fisiologica. Rimane impressa nei circuiti di regolazione, nei riflessi nervosi, nelle risposte automatiche del corpo. Ed è qui che molte terapie falliscono, non perché siano sbagliate, ma perché arrivano dopo, quando il sistema è già troppo teso per riceverle. A quel punto succede qualcosa di molto comune: più fai, peggio reagisci.
All’inizio magari c’è un miglioramento, poi compaiono reazioni nuove. Intolleranze che prima non avevi, stanchezza che aumenta, sintomi che cambiano forma. E ti senti dire che è normale, che è detox, che devi tenere duro. Ma dentro di te senti che qualcosa non torna. La verità è questa... un sistema in allerta non guarisce, si difende. E difendersi consuma energia, crea infiammazione, blocca la rigenerazione.
La svolta, per molte persone, non arriva quando trovano l’ennesimo protocollo, ma quando qualcuno cambia completamente prospettiva e inizia a chiedersi... il tuo sistema è in grado di ricevere una cura, oppure è ancora occupato a sopravvivere? Esistono approcci che non partono dall’attacco al sintomo, ma dalla regolazione. Approcci che lavorano sul ripristino della comunicazione interna, sul togliere interferenze che il corpo non è mai riuscito a chiudere, sul restituire al sistema nervoso la capacità di distinguere tra pericolo reale e pericolo passato.
Tutto ciò richiede comprensione, sequenza, e un modo completamente diverso di leggere il corpo. Ed è per questo che tante persone restano bloccate per anni, perché nessuno spiega loro che prima di fare, spesso bisogna rimettere il sistema in condizione di funzionare.
Quindi, quando il corpo è bloccato in uno stato di infiammazione cronica che non si risolve, molto spesso non è perché manca l’ennesima strategia alimentare o l’ennesimo integratore. È perché il sistema non ha mai avuto le condizioni per uscire dalla modalità di allerta. E l’infiammazione, in questi casi, non è il nemico: è il linguaggio che il corpo usa per dire “sono ancora in pericolo”. Il lavoro sull’infiammazione cronica ha senso solo se smettiamo di trattarla come qualcosa da spegnere a forza.
Diventa utile quando inizi a capire perché è rimasta accesa, cosa la mantiene viva, quali circuiti biologici e nervosi la alimentano giorno dopo giorno. Il corso sull’infiammazione cronica va esattamente in questa direzione. Ti aiuta a distinguere tra infiammazione adattativa e infiammazione disfunzionale, tra una risposta che serve e una che è rimasta incastrata. E questo cambia tutto, perché smetti di combattere il tuo corpo e inizi a leggerlo.
Ed è qui che entra in gioco Decodifica il tuo Trauma. Molte persone pensano che il trauma sia solo un evento drammatico, qualcosa di grave. In realtà, dal punto di vista del corpo, il trauma è tutto ciò che il sistema non è riuscito a elaborare e chiudere. Periodi lunghi di stress, malattia, dolore non ascoltato, solitudine, paura. Tutte esperienze che non restano nella mente, ma si depositano nei circuiti di regolazione. Finché quei circuiti restano alterati, il corpo continua a comportarsi come se il pericolo fosse ancora presente.
Decodifica il tuo Trauma non serve a scavare nel passato o a rivivere il dolore. Serve a capire come il trauma si è tradotto in una risposta biologica, come ha modificato il tono del sistema nervoso, l’infiammazione, la soglia di reattività. È un lavoro che ti aiuta a riconoscere perché il tuo corpo reagisce come reagisce, perché certe terapie non funzionano, perché certi tentativi peggiorano la situazione invece di migliorarla.
Usati insieme, questi due percorsi fanno una cosa che raramente viene fatta... mettono ordine. Ti permettono di capire perché il tuo corpo non risponde come dovrebbe e soprattutto cosa viene prima di cosa. Non ti danno la soluzione preconfezionata, ma ti tolgono dalla confusione. E quando esci dalla confusione, il sistema inizia già a cambiare. Quindi sì, possono essere utili. Ma non se li vivi come “un altro corso da fare” o come “la soluzione definitiva”. Sono utili se li usi come una lente nuova per guardare quello che ti sta succedendo, se li attraversi con l’idea di rimettere in ordine i pezzi e non di aggiungere pressione al tuo corpo. In altre parole: non servono a fare di più, servono a fare meglio. E per chi è stanco di lottare contro se stesso, questa è spesso la vera svolta.
XO - Patrizia Coffaro
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