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Risalire alla radice del problema


Di Patrizia Coffaro


Esiste un pregiudizio strutturale, radicato nella cultura medica, nella ricerca e nelle istituzioni sanitarie. Questo pregiudizio influenza ciò che viene insegnato nelle facoltà di medicina, quali terapie vengono considerate serie e quali invece restano ai margini. Il risultato? Un’attenzione quasi esclusiva alla gestione dei sintomi attraverso farmaci, protocolli standardizzati e linee guida che raramente si spingono a chiedere... perché questa persona si è ammalata?


Si impara a sopprimere, a contenere, a normalizzare i valori. Ma si impara molto meno a risalire alla radice del problema... e no, non sto demonizzando i farmaci. Hanno salvato e salvano milioni di vite. Il punto è un altro, quando la terapia farmacologica diventa l’unico linguaggio che conosciamo, perdiamo la capacità di leggere il corpo nella sua complessità.


Oggi la salute è diventata una questione di parametri, glicemia, colesterolo, pressione, TSH, PCR. Se il numero rientra nel range, siamo a posto. Se esce, interveniamo per riportarlo dentro, ma il corpo non è un foglio ExceI. Un valore alterato è un segnale, non il nemico numero uno, è una spia sul cruscotto, non il motore rotto da prendere a marteIIate finché la spia si spegne. Il problema è che spegnere la spia è molto più veloce, rimborsabile, standardizzabile.


Cercare la causa. invece, richiede tempo, ascolto, cambiamento dello stile di vita, responsabilità condivisa, non è una pillola... è un percorso, e qui il sistema si inceppa. Il dlabete di tipo 2 è l’esempio perfetto, perché è un esempio lampante di questa distorsione. Cosa facciamo oggi? Controlliamo la glicemia, ci diamo giù di metf0rmina, altri ipoglicemizzanti, insuIina. Farmaci sempre più potenti, sempre più precisi... e attenzione, spesso necessari, soprattutto quando la situazione è avanzata.


Ma qual è la causa alla base dell’iperglicemia nel dlabete di tipo 2? La resistenza all’insulina, lo sappiamo, è scritto in tutti i libri. Le cellule non rispondono bene all’insulina, il glucosio resta nel sangue, il pancreas produce sempre più insulina finché si esaurisce, questa è la fisiopatologia di base. Eppure, cosa trattano? La glicemia alta, non la resistenza all’insulina. È un po’ come abbassare la febbre con il paracetamoIo mentre c’è un’infezione grave in corso, certo, la febbre scende, ma l’infezione resta lì, magari peggiora, magari diventa cronica e un giorno il corpo non ce la fa più.


Con il dlabete succede qualcosa di simile, normalizziamo i valori, ma la persona continua a vivere nello stesso contesto che ha generato la resistenza all’insulina, eccesso di zuccheri raffinati, pasti continui, sedentarietà, stress cronico, sonno scarso, infiammazione di basso grado, fegato sovraccarico, microbiota alterato. Non stiamo curando il terreno, stiamo gestendo il sintomo biochimico.


“Non esiste un farmaco per lo stile di vita”


E qui arriviamo al nodo vero... la causa profonda di moltissime malattie croniche moderne non è una carenza di farmaci, ma uno squilibrio sistemico dello stile di vita e dell’ambiente. Il problema è che non esiste una compressa che ti faccia dormire bene se vivi in allerta continua, non esiste una fiala che compensi anni di cibo industriale e povero di nutrienti, non esiste un’iniezione che sostituisca il movimento quotidiano, non esiste una pillola che guarisca una vita vissuta costantemente in stress, disconnessione e infiammazione.


E questo è difficile da accettare... per i pazienti, perché richiede cambiamento (e tanti non vogliono cambiare, sperano ancora nel farmaco o nell'integratore che li faccia tornare sani). Per i medici, perché richiede uscire da un modello formativo centrato quasi solo sulla farmacologia (la realtà è questa. Punto). Così si crea un circolo vizioso, il sistema insegna soprattutto a usare farmaci, quindi i medici prescrivono farmaci, quindi la ricerca finanzia farmaci, quindi le linee guida parlano soprattutto di farmaci... e tutto ciò che riguarda alimentazione, microbiota, tossici ambientali, carenze micronutrizionali, regolazione del sistema nervoso… resta complementare, non prioritario, non sufficientemente provato.


Intanto le malattie croniche espIodono... in un Paese sempre più malato. Guardiamoci intorno, dlabete, obesità, malattie autoimmuni, disturbi tiroidei, sindrome metabolica, depressi0ne, ansia, fibromialgia, colon irritabile. Sempre più giovani, sempre più diagnosi, sempre più farmaci... e no, non è solo perché viviamo più a lungo. Stiamo vedendo quarantenni con quadri clinici che una volta si vedevano a settanta. Qualcosa non sta funzionando. Possiamo continuare a dire che è genetica? Che è sfortuna? Che è l’età? Fino a un certo punto. I geni caricano il fuciIe, ma lo stile di vita e l’ambiente premono il grilletto.


E se continuiamo a ignorare il contesto in cui quei geni si esprimono, continueremo a rincorrere sintomi per tutta la vita. Esiste però un modo diverso di guardare al corpo, non come un insieme di organi separati, ma come un sistema integrato, dinamico, capace di adattarsi, ma anche di andare in sovraccarico.


In questa visione:


- l’insuIino-resistenza non è solo un problema di zucchero, ma di infiammazione, fegato, muscoli inattivi, eccesso di calorie vuote


- l’ipertensi0ne non è solo un numero alto, ma spesso il risultato di stress cronico, squilibri minerali, rigidità vascolare, rene affaticato


- l’autoimmunità non è il corpo che impazzisce, ma un sistema immunitario disorientato da permeabilità intestinale, tossine, infezioni latenti, traumi cronici


Questa prospettiva non esclude la medicina convenzionale, la amplia, la completa. Le chiede di andare un passo più in profondità.


C’è un’altra parola che fa paura... remissione. Siamo abituati a pensare che molte malattie croniche siano per sempre. Gestibili, ma non reversibili e in alcuni casi è vero, quando il danno è strutturale e avanzato, non si torna indietro del tutto. Ma in tanti altri casi, soprattutto nelle fasi iniziali o intermedie, il corpo ha ancora una straordinaria capacità di recupero se gli togliamo i carichi che lo stanno schiacciando.


Persone con predlabete che normalizzano la glicemia cambiando alimentazione e movimento. Persone con sindrome metaboIica che riducono drasticamente farmaci intervenendo su peso, sonno e stress. Persone con disturbi intestinali cronici che migliorano quando si lavora su microbiota, infiammazione e sistema nervoso. Questo non è miracolismo. È fisiologia quando finalmente si lavora con il corpo, non solo contro i suoi sintomi.


Capisco che tutto questo possa sembrare diverso da ciò che molti hanno sempre sentito dire e capisco anche la resistenza, quando hai vissuto anni affidandoti solo ai farmaci, mettere in discussione il modello può fare paura. Ma fermiamoci un attimo e guardiamo i fatti, stiamo diventando sempre più malati, sempre prima... sempre più terapie, sempre meno vera salute. Forse vale la pena aprire uno spiraglio, non per rifiutare la medicina, ma per integrarla con una visione più ampia, che includa:


- Qualità del cibo, non solo calorie


- Ritmo dei pasti, non solo zuccheri totali


- Movimento quotidiano, non solo fare sport ogni tanto


-Sonno come terapia


- Gestione dello stress come pilastro, non come consiglio generico


Perché alla fine la domanda non è:


“Quale farmaco prendo per questo valore sballato?”


La domanda è:


“Cosa sta cercando di dirmi il mio corpo attraverso questo valore?”


Una delle frasi che più mi risuona è questa... non siamo guasti, siamo sovraccarichi. Sovraccarichi di zuccheri, di cibi ultraprocessati, di stimoli continui, di notti corte, di paure, di ritmi disumani, di sostanze chimiche che il nostro organismo non ha mai visto nella sua storia evolutiva. Il corpo fa quello che può per adattarsi. Finché un giorno dice basta, e quello che noi chiamiamo malattia spesso è l’ultimo tentativo di adattamento che non riesce più a reggere. Se a quel punto interveniamo solo per zittire il sintomo, senza togliere il carico, stiamo chiedendo al corpo di continuare a sopravvivere nelle stesse condizioni che lo hanno fatto crollare. È qui che serve il cambio di paradigma, un invito semplice, ma rivoluzionario. Non ti sto dicendo di buttare via le terapie, non ti sto dicendo di fare di testa tua... ti sto dicendo di aggiungere un livello di consapevolezza.


Chiediti sempre, qual è la causa a monte? Cosa nel mio stile di vita, nel mio ambiente, nelle mie abitudini, sta alimentando questo problema? Perché finché lavoriamo solo sui numeri, saremo sempre dipendenti da qualcosa che li tiene a bada. Quando iniziamo a lavorare sulle cause, diamo al corpo la possibilità di fare ciò che sa fare meglio... autoregolarsi. Forse siamo stati davvero ingannati e mal nutriti, nel senso più ampio del termine, nutriti di cibo povero, di informazioni parziali, di soluzioni rapide, ma la buona notizia è che il corpo non perde mai del tutto la capacità di rispondere quando finalmente riceve ciò di cui ha davvero bisogno e da lì può iniziare qualcosa che non è solo gestione della malattia, ma recupero della salute.


XO - Patrizia Coffaro

 
 
 

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