Voglio tregua...
- Patrizia Coffaro

- 29 apr
- Tempo di lettura: 3 min
Di Patrizia Coffaro

Quando ascolto le persone ce una cosa che mi colpisce sempre, non è tanto quello che dicono, è il punto da cui stanno parlando. Ieri una mia amica mi chiama mentre sta andando a lavare la macchina. Voce stanca, ma non la stanchezza fisica di fine giornata quella più profonda, quella che ti svuota da dentro, mi dice:
Patrizia, io non ce la faccio più. Ho bisogno di tregua.
E parte, il lavoro, le responsabilità, la quotidianità, le giornate tutte uguali, la sensazione di essere sempre dentro una corsa che non hai scelto realmente. Io lho ascoltata, senza interrompere, senza correggere, senza sminuire quello che stava provando. Perché quando una persona è lì, in quel punto, non ha bisogno di essere sistemata, ha bisogno di essere vista.
Però a un certo punto, mentre parlava, mi è arrivata una memoria, non una teoria o una frase da manuale, ma una scena accaduta anni prima, vissuta, che mi è rimasta dentro. Anni fa andavo a trovare una mia amica in reparto di ematologia, aveva la Ieucemia. Per entrare mi sterilizzavano, mascherina, camice, distanza... non potevo nemmeno avvicinarmi. Eppure quella stanza era così piccola che bastava allungare un braccio per toccare tutto ma non potevi toccare niente.
Lei era lì, attaccata a una macchina che le infondeva chemioterapia ventiquattro ore su ventiquattro, senza capelli, il corpo svuotato, stavano azzerando il sistema immunitario per tentare un autotrapianto... e lì dentro ho visto due cose che non ho mai dimenticato. La prima, nella stanza accanto cera una donna che la sera, al telefono, cantava la ninna nanna alla sua bambina più piccola. Aveva tre figli e non poteva abbracciarli, non poteva prenderli in braccio, non poteva nemmeno respirare troppo vicino a loro. Tutte le sere nel silenzio del reparto. La seconda è stata una frase, la mia amica, guardando fuori dalla finestra, mi disse:
Patrizia, ti faccio ridere sai cosa mi manca?
Io pensavo a chissà cosa, la libertà, il mare, una passeggiata... e invece no.
Mi mancano le mie forchette di casa, i miei piatti, i miei bicchieri. Toccarli, usarli. Quelle cose che davo per scontate ogni giorno.
Capisci? Le forchette, non un viaggio, non qualcosa di impossibile, le forchette. Quelle che noi tocchiamo senza nemmeno accorgercene, mentre pensiamo ad altro, quelle che usiamo con la testa già nel prossimo problema, nella prossima corsa, nella prossima preoccupazione... e lei no, lei aveva perso quella quotidianità e la desiderava più di tutto.
Poi se nè andata cosi come se ne è andata la mamma che cantava la ninna nanna al bambino piccolo, ma prima mi ha lasciato una verità che ogni tanto devo ricordarmi con forza, perché anche io, come tutti, me la dimentico... noi non siamo stanchi solo per quello che facciamo, siamo stanchi perché non siamo mai dove siamo. Siamo sempre altrove, mangiamo pensando a dopo, viviamo pensando a ieri o a domani, respiriamo senza accorgerci che stiamo respirando, e allora la vita diventa pesante, non perché sia insopportabile, ma perché non la stiamo vivendo realmente.
Quando ieri la mia amica mi diceva voglio tregua, dentro di me pensavo che forse la tregua non arriva quando cambia la vita, ma quando cambia il punto da cui la guardi. Perché se perdi il contatto con le cose semplici, anche la vita più normale diventa una gabbia, ma se recuperi quel contatto anche le cose più banali diventano piene, una forchetta, un bicchiere, una cena qualsiasi, il silenzio di casa... che meravigliosa realtà. E qui mi torna sempre in mente quella frase del Il piccolo principe che tutti conoscono ma pochi l'hanno realmente capita nella sua profondità:
L' essenziale è invisibile agli occhi.
Non è invisibile perché è lontano, è invisibile perché è troppo vicino, così vicino che smettiamo di vederlo e allora rincorriamo altro, sempre altro, sempre di più, pensando che lì troveremo la pace, ma la pace non è in quello che aggiungi, è in quello che riesci finalmente a vedere. Non sto dicendo che la fatica non esiste o che la vita non può diventare pesante, sarebbe una presa in giro, ma cè una cosa che posso dirti con chiarezza, se non impari a stare dentro quello che vivi, nessun cambiamento esterno ti darà davvero tregua. E forse, a volte, la tregua non è smettere di fare è iniziare finalmente a esserci, essere nel presente. Chiusi la telefonata dicendo, goditi questo momento in cui stai lavando la macchina e sii presente in qualsiasi momento della giornata.
XO - Patrizia Coffaro




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