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Ivermectina e Mebendazolo: Cosa sappiamo realmente?

(Di Patrizia Coffaro)


Prima di iniziare, ci tengo a fare una premessa fondamentale... le mie non sono conclusioni mediche né protocolli terapeutici, ma un tentativo di comprendere i meccanismi biochimici della vita. Anzi, invito caldamente chi è più esperto di me, medici e ricercatori, a intervenire per confermare, smentire o integrare quanto sto per scrivere. Perché forse è giusto iniziare a vedere le cose con altri occhi.


Tutto è iniziato qualche giorno fa, quando una mia amica mi ha inviato uno screenshot catturato da un gruppo social dove si discuteva animatamente di nuove frontiere della salute. L’immagine mostrava una tesi molto forte su due molecole note, l’ivermectina e il mebendazolo, sostenendo che l'anarchia cellulare di cui parliamo (tumori e cancro) non sia altro che un’infestazione parassitaria nascosta. La logica del gruppo era semplice... se questi farmaci, nati per sterminare i parassiti, mostrano efficacia contro questa problematica, allora la malattia deve essere per forza un parassita.


Non voglio entrare nel merito delle testimonianze di successo, perché non è questo il punto. Quello che mi ha spinto a studiare queste affermazioni è stata la necessità di capire come questi principi attivi potessero fermare un certo tipo di malattia. La mia amica insisteva a dire che la colpa sono i parassiti e io invece volevo andare alla causa per capire il meccanismo. Quindi, analizzando i meccanismi d'azione di questi due principi attivi, si capisce chiaramente che questa patologia non è un parassita nel senso letterale del termine, ovvero un organismo estraneo che ci invade e crea la malattia, ma è qualcosa di molto più intrinseco alla nostra biologia.


Quindi, l'unica cosa era studiare il meccanismo d'azione di questi due principi attivi per comprendere perché queste molecole funzionino su entrambi i fronti. Dobbiamo smettere di guardare alla forma dell’organismo e iniziare a guardare agli ingranaggi molecolari che lo muovono. La biologia è estremamente conservativa... nel corso di milioni di anni, l’evoluzione ha mantenuto quasi identici i sistemi di trasporto e di comunicazione all'interno delle cellule, dalle forme di vita più semplici fino a noi.


Quando viene somministrato il mebendazolo per eliminare un'infestazione, la molecola agisce legandosi a una proteina chiamata tubulina. La tubulina è il mattone fondamentale dei microtubuli, che possiamo immaginare come una rete di binari ferroviari interni alla cellula. Nel parassita, questi binari servono principalmente a trasportare i nutrienti attraverso le sue cellule. Il principio attivo impedisce a questi mattoni di incastrarsi tra loro, facendo crollare i binari. Il risultato è che l'organismo estraneo non riesce più ad assorbire energia e muore per un collasso strutturale.


Quando spostiamo lo sguardo sull'umano e su quella crescita cellulare disordinata che vogliamo prevenire, lo scenario cambia ma la meccanica resta la stessa. Una cellula ribelle non è un intruso, è una cellula del nostro corpo che ha subito una mutazione e ha deciso di replicarsi all'infinito. Per potersi dividere così velocemente, essa ha un bisogno disperato di quei famosi binari di tubulina per separare fisicamente il proprio materiale genetico.


Il mebendazolo, entrando in questo processo, compie esattamente lo stesso gesto... sabota i binari. Poiché queste cellule stanno correndo a una velocità folle per riprodursi, il crollo dell'impalcatura è catastrofico. Mentre le nostre cellule sane si dividono raramente e con calma, risentendo poco del disturbo, la cellula impazzita prova a forzare la divisione, non ci riesce e finisce per autodistruggersi. Il principio attivo non la colpisce perché la scambia per un parassita, ma perché essa sta usando lo stesso strumento di costruzione che il parassita usa per vivere.


L’ivermectina ci porta invece su un terreno ancora più sottile, quello della comunicazione. Nei parassiti, questa molecola è un killer che provoca una paralisi immediata agendo sul sistema nervoso. Noi siamo protetti da questa azione, ma a livello cellulare l’ivermectina possiede una capacità straordinaria: è un inibitore delle importine. Ogni cellula ha un nucleo che funge da centro di comando, e per far entrare gli ordini dall'esterno servono dei trasportatori specializzati, le importine appunto, che fungono da corrieri.


Una cellula in stato di crescita anarchica sopravvive perché invia continuamente messaggi di emergenza al proprio nucleo, ordinandogli di crescere e di ignorare i segnali di stop del corpo. L’ivermectina agisce come un blocco stradale per questi corrieri. Impedendo alle proteine di segnalazione di entrare nel nucleo, il principio attivo isola il centro di comando della cellula malata. Senza le istruzioni continue per sopravvivere, la cellula entra in uno stato di confusione biochimica. Diventa improvvisamente visibile alle difese del corpo e perde la capacità di adattarsi.


In questo caso, la similarità non sta in una natura parassitaria della malattia, ma nel fatto che sia i parassiti che le crescite rapide dipendono da flussi di comunicazione intensi. Se nel primo caso il blocco è muscolare, nel secondo è informativo. Il risultato è una regressione non perché abbiamo sverminato il corpo, ma perché abbiamo tagliato i fili del telefono a un sistema di cellule che non sanno più cosa fare.


XO - Patrizia Coffaro

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