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Quando fai tutto giusto ma non riesci a stare bene

  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

(Di Patrizia Coffaro)


Ci sono persone che cambiano alimentazione, eliminano zuccheri e cibi industriali, assumono integratori, curano l’intestino, cercano di dormire meglio e fanno tutto ciò che viene loro consigliato. Eppure continuano a non stare bene. La stanchezza resta, la mente è annebbiata, l’intestino non trova pace, compaiono dolori, reazioni imprevedibili, insonnia, ansia o una sensibilità sempre maggiore a cibi, odori e sostanze che prima sembravano innocui.


A quel punto è facile pensare: «Il mio corpo è rotto», oppure convincersi che sia soltanto l’età, lo stress o, peggio ancora, che sia tutto nella propria testa. No. Un sintomo persistente non va né drammatizzato né banalizzato. È un segnale da interpretare con metodo, senza ridurre una storia complessa a una diagnosi frettolosa o a una sola presunta causa miracolosa.


Per comprendere meglio queste situazioni può essere utile il concetto di “terreno biologico”. Non è un’alternativa alla teoria dei germi e non significa che virus, batteri o parassiti non causino malattie. I microrganismi esistono, possono essere patogeni e, quando necessario, vanno diagnosticati e trattati. Il concetto di terreno aggiunge però una domanda fondamentale: perché, davanti alla stessa esposizione, alcune persone si ammalano gravemente, altre sviluppano sintomi lievi e altre ancora restano asintomatiche?


La risposta dipende dall’insieme delle condizioni dell’organismo: efficienza del sistema immunitario, integrità delle mucose, stato nutrizionale, microbiota, qualità del sonno, equilibrio metabolico, salute epatica e renale, funzionalità intestinale, farmaci assunti, età, genetica, stress cronico ed esposizioni ambientali. Il terreno, quindi, non è qualcosa di misterioso o esoterico. È il contesto biologico nel quale avvengono le reazioni del corpo.


Immaginiamo un secchio. Ogni giorno vi entrano stimoli che l’organismo deve gestire: inquinanti dell’aria, fumo, alcol, residui presenti negli alimenti, sostanze contenute nei prodotti per la casa e per la cura personale, farmaci, infezioni, mancanza di sonno, sedentarietà, stress emotivo e un’alimentazione poco nutriente. Contemporaneamente il corpo neutralizza, trasforma ed elimina molte sostanze attraverso fegato, reni, intestino, polmoni e pelle.


Finché ciò che entra e ciò che viene prodotto dal metabolismo rimane compatibile con la capacità di gestione dell’organismo, l’equilibrio può essere mantenuto. Quando il carico aumenta oppure le capacità di adattamento si riducono, il secchio si avvicina al bordo. Basta allora un’infezione, un trasloco, un lutto, un periodo di insonnia, una terapia farmacologica o un’esposizione più intensa per farlo traboccare. Quell’ultimo evento viene spesso scambiato per la causa unica, mentre potrebbe essere stato soltanto la goccia finale.


Anche la genetica viene talvolta trasformata in una condanna. Una variante del gene MTHFR, per esempio, non significa che il corpo sia incapace di “detossificare”. Può modificare in misura variabile alcuni passaggi del metabolismo dei folati e va letta insieme a omocisteina, alimentazione, farmaci, altre condizioni cliniche e stile di vita. Possedere una variante genetica indica una predisposizione, non un destino già scritto. Concentrarsi su un singolo gene può far perdere di vista problemi assai più concreti, come carenze nutrizionali, malattie tiroidee, anemia, apnee notturne, infezioni, disturbi metabolici o effetti indesiderati dei farmaci.


Un altro errore frequente consiste nel voler “uccidere” tutto ciò che compare in un referto. Candida, batteri intestinali e altri microrganismi non possono essere interpretati fuori dal loro contesto. La Candida, per esempio, fa parte normalmente del microbiota di molte persone; in determinate condizioni può proliferare e diventare problematica.


La domanda utile non è soltanto «quale microbo devo eliminare?», ma anche «quali condizioni ne hanno favorito la proliferazione o impediscono il recupero?». Antibiotici ripetuti, diabete non controllato, immunosoppressione, dieta, alterazioni della motilità intestinale, ridotta acidità gastrica, stipsi, interventi chirurgici e infiammazione delle mucose possono modificare l’ecosistema intestinale. Trattare un’infezione documentata può essere indispensabile, ma se non si affrontano anche i fattori predisponenti il problema può ripresentarsi.


L’intestino è uno dei principali punti d’incontro tra il mondo esterno e l’organismo. Non è soltanto un tubo che digerisce il cibo: seleziona ciò che può essere assorbito, ospita una comunità enorme di microrganismi e dialoga costantemente con il sistema immunitario e nervoso. Quando la barriera intestinale è irritata, la motilità rallenta o accelera e l’alimentazione diventa sempre più restrittiva, il corpo può ricevere meno nutrienti proprio nel momento in cui ne avrebbe più bisogno.


Per questo inseguire ogni sintomo eliminando decine di alimenti può diventare controproducente. Una dieta temporaneamente semplice può aiutare a osservare le reazioni, ma “semplice” non deve significare povera, monotona o insufficiente. Se si arriva a temere il cibo, a perdere peso, a ridurre eccessivamente proteine, fibre, vitamine e minerali, il tentativo di guarire finisce per sottrarre risorse all’organismo. La personalizzazione è essenziale: ciò che fa bene a una persona può essere inadatto a un’altra, soprattutto in presenza di patologie, allergie, insufficienza renale o epatica e terapie farmacologiche.


E la cosiddetta detox? Il corpo possiede già sistemi sofisticati di trasformazione ed eliminazione. Non ha bisogno di essere “lavato” con programmi aggressivi, digiuni estremi, chelanti fai da te, lassativi, clisteri o decine di integratori. Mobilizzare certe sostanze senza conoscere la reale esposizione e senza una via di eliminazione efficiente può provocare effetti avversi. La chelazione dei metalli, quando realmente indicata, è un trattamento medico e non una pratica benessere.


Sostenere il terreno significa prima di tutto ridurre le esposizioni evitabili senza trasformare la vita in un’ossessione. Arieggiare gli ambienti, non fumare, limitare alcol e profumatori, usare correttamente detergenti e solventi, controllare muffe e umidità, bere acqua conforme ai parametri di sicurezza, lavare frutta e verdura, variare gli alimenti e scegliere contenitori e utensili integri sono gesti ragionevoli.


Altrettanto importanti sono le cose meno spettacolari: dormire con regolarità, muoversi in modo compatibile con le proprie condizioni, esporsi alla luce del mattino, assumere abbastanza proteine ed energia, correggere carenze documentate e mantenere una buona regolarità intestinale. La stipsi merita attenzione. Prima di ricorrere a “pulizie” aggressive bisogna cercarne le cause: idratazione insufficiente, dieta inadeguata, farmaci, ipotiroidismo, alterazioni del pavimento pelvico, problemi neurologici o disturbi della motilità.


Il sistema nervoso ha un ruolo enorme. Vivere per mesi o anni in allerta modifica sonno, digestione, percezione del dolore, battito cardiaco, respirazione e risposta immunitaria. Questo non rende immaginari i sintomi. Significa che corpo e mente non sono due reparti separati. Respirazione lenta, passeggiate, contatto con la natura, psicoterapia, meditazione, esercizi di rilassamento e relazioni sicure possono aiutare l’organismo a uscire dalla modalità di emergenza. Non eliminano un’infezione o una malattia organica, ma possono migliorare le condizioni nelle quali il corpo affronta la cura.


Quando non si riesce a stare bene, dunque, non serve cercare un solo colpevole universale. Occorre ricostruire la storia: quando sono iniziati i sintomi? Che cosa li peggiora o li allevia? Ci sono esposizioni lavorative o domestiche? Muffa visibile? Farmaci nuovi? Infezioni precedenti? Disturbi del sonno? Problemi dentali reali? Cambiamenti ormonali? Carenze? Una dieta diventata troppo limitata? Ogni pista va verificata con strumenti adeguati e con professionisti competenti, senza confondere possibilità e certezza.


Il messaggio più importante è che comune non significa normale, ma neppure che dietro ogni disturbo si nasconda un’intossicazione misteriosa. Il corpo possiede una straordinaria capacità di adattamento e riparazione, ma non è invincibile e non va forzato. Si procede per priorità: prima si escludono le condizioni serie e curabili, poi si riducono i carichi inutili, si ripristinano sonno, nutrizione, movimento e funzione intestinale, e soltanto dopo si valutano interventi più specifici.


La guarigione raramente è un colpo di scena. Più spesso è la somma di piccoli cambiamenti coerenti, sostenibili e verificabili. Non bisogna combattere il proprio corpo come se fosse il nemico. Bisogna ascoltarlo senza paura, offrirgli condizioni migliori e, soprattutto, smettere di affidarsi a chi promette di spiegare ogni sintomo con una sola teoria. Il terreno conta, i microrganismi contano, l’ambiente conta, la genetica conta e la storia personale conta. È proprio la loro interazione a renderci complessi. E la complessità non si risolve con una moda: si affronta con pazienza, metodo e buon senso.


XO - Patrizia Coffaro


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